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Umberto Eco: morte di un profeta

Di Jacopo Lazzaro

Come gli alpinisti austriaci che trovarono Ötzi mezzo incastrato nel ghiaccio, l’altro giorno passeggiavo tranquillo sul web in cerca di tutt’altro, quando mi sono imbattuto in quest’intervista di Lee Marshall a Umberto Eco pubblicata nel marzo 1997 su Wired Us. S’intitola The world according to Eco (Il mondo secondo Eco), ed è una profezia – più o meno azzeccata – di come il mondo sarebbe stato rivoluzionato dalla Rete.

Tutto comincia con il Multimedia Arcade, un nome che oggi mi ricorda una sala giochi in cui andavo da bimbo a Marina di Ravenna, ma allora era nella testa di Eco la biblioteca del futuro, un luogo in cui i cittadini avrebbero potuto usare postazioni Internet per navigare, mandare mail, consultare e prendere in prestito libri e prodotti multimediali. Il primo Multimedia Arcade avrebbe dovuto aprire a Bologna a fine 1997 (confluì poi nella Biblioteca della Sala Borsa). Per Eco, era uno strumento necessario per evitare una deriva orwelliana del mondo connesso, garantendo una distribuzione orizzontale della conoscenza digitale.

“Dobbiamo creare una nomenklatura delle masse. Siamo consapevoli del fatto che un modem all’avanguardia, una connessione Isdn, un hardware aggiornato non sono alla portata della maggior parte degli utilizzatori, soprattutto quando devono essere aggiornarti ogni sei mesi. Quindi dovremmo dare a tutti un accesso a Internet gratuito, o perlomeno al prezzo di una connessione telefonica”.

Allora c’erano solo 300,000 utenti regolari di Internet in Italia, stando alle cifre di Eco. Oggi gli italiani connessi a Internet sono 38 milioni, secondo le stime di Audiweb, la wi-fi conquista (lentamente) gli appartamenti e le piazze dello stivale e smartphone e tablet ci rendono iperconnessi e rete-dipendenti. Quando Marshall chiese a Eco: “Pensi seriamente che anche i meccanici e le casalinghe si riverseranno al Multimedia Arcade?” Eco rispose che sarebbe stata solo questione di tempo. Aveva ragione. A distanza di diciassette anni, meccanici e casalinghe – ma anche calciatrici, pensionati e mio nipote di tre anni – magari non frequentano il Multimedia Arcade, ma sono connessi a Internet quasi ovunque: a casa loro, al lavoro, al bar, sotto le lenzuola. Ma che ve lo dico a fare. È su un altro aspetto che la profezia di Eco sembra traballare.

“L’Internet cafe anglosassone è un’esperienza da peep show perché il bar anglosassone è un luogo dove le persone vanno a cullare la propria solitudine in compagnia. A New York puoi dire: ‘Buongiorno. Bella giornata!’ alla persona seduta di fianco a te al bar, ma poi torni subito a rimuginare sulla donna che ti ha appena lasciato. Il Multimedia Arcade, al contrario, è basato sull’osteria mediterranea e ciò dovrebbe riflettersi sulla struttura del posto: sarebbe bello per esempio avere uno schermo comune gigante, dove ogni persona che sta navigando possa postare i siti interessanti che ha trovato”.

Due cose da notare qui. Primo. Eco pensava che l’emergente cultura di Internet sarebbe stata connotata geograficamente, cioè che la cultura anglosassone, quella mediterranea, quella mediorientale, quella subsahariana avrebbero sviluppato modalità diverse di accedere e interagire con i contenuti online. E avrebbero anche creato i loro contenuti geolocalizzati, in un processo irreversibile in cui il mondo anglofono avrebbe velocemente perso le redini della Rete.

“Fino a un anno fa, c’erano pochi siti che non fossero in inglese. Ora, quando comincio una ricerca sul World Wide Web, AltaVista mi restituisce siti norvegesi, polacchi, lituani. Questo avrà un effetto curioso. Per leggere l’informazione che gli interessa, gli americani non faranno un corso intensivo di norvegese, ma cominceranno a pensare. Abbracceranno altre culture, altri punti di vista”.

A distanza di 17 anni, la realtà è abbastanza diversa, e non solo perché AltaVista è scomparso. Nel 2011, secondo una ricerca di W3Tech, il 55% dei siti web del mondo era in inglese, con il tedesco al secondo posto con solo il 6% e l’italiano al nono con poco meno del 2%. Oggi, i primi quattro siti più visitati del mondo sono controllati da aziende americane, anche se secondo la mappa qui sopra Cina, Palestina, Russia, Bielorussia, Corea del Sud e Kazhakistan resistono all’imperialismo Usa. Guardando poi agli Internet cafe citati da Eco, il modello anglosassone sembra aver colonizzato il resto del mondo. Le eccezioni sembrano fiorire, più che su base geografica o culturale, su differenze di potere d’acquisto o accesso alla rete, vedi i precari giapponesi che dormono negli Internet cafe o il bus di Google che porta Internet nei campus del Bangladesh.

Seconda cosa da notare nel progetto del Multimedia Arcade. Immaginando una web osteria, Eco prevedeva di fatto il web partecipativo, una modalità di navigazione in cui avremmo messo in comune i contenuti che ci sembravano interessanti – quello che molti di noi fanno tutti i giorni su Facebook, Twitter, Pinteresteccetera – e in cui gli utenti più esperti avrebbero spiegato ai meno esperti i segreti della navigazione, quello che accade quotidianamente sui forum online. Ma auspicava che i contenuti condivisi sarebbero apparsi su un grande schermo postofisicamente al centro di una stanza – magari causando commenti divertiti e reazioni indignate nel resto dei presenti – non sulla chat del computer di un tizio che magari non conosciamo neppure. Anzi, quest’idea lo disturbava proprio.

“Non vedo la ragione di avere 80 milioni di persone online se tutto quello che fanno alla fine è comunicare con dei fantasmi che stanno in periferia. Questa è una delle molte funzioni del Multimedia Arcade: far uscire la gente di casa e – perché no – persino l’uno nelle braccia dell’altro. Forse potremmo chiamarlo “Plug’n Fuck” invece di Multimedia Arcade (…) È difficile usare la Rete in modo distratto come si fa con la televisione o la radio. Posso fare zapping da un sito all’altro, ma non posso farlo così agilmente come lo faccio con la televisione, semplicemente perché impiegherò più tempo a tornare dov’ero prima e pagherò questo ritardo”.

Con le connessioni veloci e la diffusione della net literacy, il tempo che impieghiamo per passare da un sito all’altro è diminuito vertiginosamente. E il prezzo della navigazione, ora che abbiamo le tariffe flat e il wi-fi negli spazi pubblici, è spesso trascurabile. E infatti non abbiamo mai usato la Rete in modo così distratto, come provano le dieci application e undici finestre del browser che stanno aperte in questo momento sul mio computer.

Per non abusare della vostra distrazione, lascio ai curiosi il compito di leggersi l’intervista completa, che parla anche della scrittura nell’era dell’ipertesto, dell’eredità di Marshall McLuhan e del gobbo di Notre Dame. Giuste, imperfette o sbagliate che possano sembrare oggi, le previsioni di Eco descrivevano comunque un futuro digitale aureo in cui Internet sarebbe diventato un bene pubblico, la pluralità dei contenuti avrebbe prevalso sui monopoli della tecnologia e la navigazione sarebbe sbocciata in un momento di vicinanza tra le persone. Tutti principi ancora validi. Prendano nota i digital champions, prima di perdersi nella fuffa.

Articolo tratto da Wired.it 

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