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La battaglia per i nostri mari

di Jacopo Lazzaro

Mi è capitato di recente di partecipare ad accese ed interessanti discussioni riguardo al referendum del 17 aprile. Sono stato accusato di scrivere commenti e discorsi ignoranti e demagogi da lettori apparentemente disincantati e realisti. Secondo queste persone, peraltro estremamente intelligenti per mio parere personale, votare SI al suddetto referendum rappresenterebbe una vittoria per l'ignoranza e il mero sentimentalismo di siti che "strumentalizzerebbero" la sensibilità di molte persone pubblicando immagini commoventi di animali sofferenti per via dell'inquinamento marino.

E forse è anche vero, ma una campagna che si rispetti deve fare presa, immagino, e per fare presa nel modo corretto sono convinto che debba suscitare un'emozione. Altrimenti, si scade nelle squallide adesioni per interesse, basate puramente su un arcaico e mero istinto di conservazione accumulativo.

Le persone che hanno confutato la visione di Greenpeace lo hanno fatto tirando in ballo il fattore economico. Bene, per queste persone, ecco arrivare una notizia bella gustosa:

"Tre su quattro entro le 12 miglia non pagano royalties. Il 40% è fermo

Il 73% delle piattaforme entro le 12 miglia dalle coste sono già da rottamare. Sono non operative, non eroganti o erogano così poco da non versare neppure un centesimo di royalties nelle casse pubbliche.

Come lo sappiamo? 

Non è stato difficile scoprirlo: abbiamo analizzato i dati  presenti sul sito del Ministero per lo Sviluppo Economico relativi alla produzione delle piattaforme oggetto del referendum del prossimo 17 aprile. Da quelli abbiamo appreso che in 3 casi su 4 si tratta di impianti il cui ciclo industriale è chiaramente esaurito, perché non producono o lo fanno in quantità insignificanti.

I dati

Delle 88 piattaforme operanti entro le 12 miglia, ben 35 non sono di fatto in funzione: 6 risultano “non operative”, 28 sono classificate come “non eroganti”, mentre un’altra risulta essere di supporto a piattaforme “non eroganti”. Dunque, il 40% di queste piattaforme resta in mezzo al mare solo per fare ruggine.

Ci sono poi altre 29 piattaforme che sono considerate “eroganti” ma che in realtà da anni producono così poco da rimanere costantemente sotto la franchigia, cioè sotto la soglia di produzione (pari a 50 mila tonnellate per il petrolio, 80 milioni di metri cubi standard per il gas) che esenta i petrolieri dal pagamento delle royalties. In altre parole, quasi un terzo delle piattaforme entro le 12 miglia produce al di sotto dei limiti della franchigia (in alcuni casi da oltre 10 anni) e quindi non versa neanche un centesimo di royalties alle casse pubbliche.

Solo 24 piattaforme operano abitualmente estraendo idrocarburi al di sopra della franchigia: rappresentano appena il 27 per cento delle piattaforme entro le 12 miglia.

 

Vecchie e spilorce

Sarebbe questo il comparto strategico che Renzi e il fronte astensionista difendono? Il 17 aprile votando Sì possiamo dare un termine certo alla presenza di questi inutili dinosauri nei nostri mari! 

È ora di smantellare strutture vecchie che hanno palesemente esaurito il loro ciclo di produzione e che devono essere rimosse prima che il mare e la ruggine provochino cedimenti nella struttura, con il rischio di causare disastri ambientali."

Non sia mai che il governo strumentalizzi l'informazione! Ma quando mai…? (non per niente Renzi in un comunicato stampa ha dichiarato di VOLER VEDERE FALLIRE IL REFERENDUM perchè… insomma, le risorse ci sono, perchè non estrarle..? Chissenefrega degli scompensi geologici che può causare – e che ha causato – lo svuotamento delle camere di raccolta sotterranee… provocando terremoti in Emilia che hanno nebulizzato l'intero settore secondario e mandato in rovina centinaia di imprenditori. Poi il buon Matteo R. ci parla di centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio in caso di vittoria del SI, mentre un'analisi meno di parte – e supportata da Grillo, tra gli altri – ha riscontrato poche centinaia di operatori veramente in pericolo di disoccupazione in caso di chiusura).

Per supportare la tesi che l'Associazione cerca di portare avanti in modo TOTALMENTE SCOLLEGATO DA QUALSIASI TIPO DI PROPAGANDA POLITICA, eccovi un supporto direttamente da altri portali a questo link, questo link e questo link.

E' una discussione che può continuare all'infinito: non es.iste giusto o sbagliato, ma una diversa pesatura di alcuni aspetti per l'uno o per l'altro più o meno influenti. A questo punto, però, è inutile negare un'evidente strumentalizzazione della notizia da parte del governo, ed una generale (e generalista) indifferenza della popolazione verso i pericoli e le questioni ambientali.

Si, è vero, anche se il referendum avesse successo non sarebbe sinonimo di salvezza dei mari, ne' risolveremmo i nostri problemi; pagheremmo anche di più per importare energia dall'estero, e potremmo persino essere sovratassati. Ma le rinnovabili ci sono. E se lo stato non concede gli incentivi sufficienti, credo sia l'ora che i cittadini prendano la palla al balzo di un potenziale aumento di elettricità, benzina e gas per passare al green, creando così una vera e propria rivoluzione energetica dal basso. Le cose non si cambiano dall'oggi al domani, ma si può cercare di curvare lievemente la via un poco alla volta per arrivare alla miglior destinazione possibile.

Da Jacopo Lazzaro e Ascolto e Azione, (come lo è stato per molto tempo, su queste rubriche), per oggi è tutto.

 

Articolo tratto da Greenpeace italia e Repubblica.

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